“Racconti d’Estate”: la terza parte de “La Truscia” di Giuseppe Graceffa

“Racconti d’Estate“, la nuova rubrica settimanale di Scrivo Libero, che per questa stagione estiva vuole allietare i nostri lettori con alcuni racconti dello scrittore aragonese, Giuseppe Graceffa (in foto), un autore poliedrico che predilige spaziare con disinvoltura tra generi letterari diversi, dal realismo alla fantascienza, nonché tra stili di scrittura differenti, dal romanzo al racconto, dalle sceneggiature ai saggi.
Finalista in diversi concorsi letterari, ha pubblicato un saggio cinematografico sulla trilogia di Matrix e un romanzo fantasy dal titolo “Il Sigillo di Khor” edito dal gruppo editoriale Twins Edizioni & David And Matthaus, disponibile in libreria o al seguente link.
Dopo il successo di “Grano Duro” e il “Dottore Licata”, oggi la terza, ed ultima, parte del racconto “La Truscia“:
“LA TRUSCIA“
PARTE TERZA
Saro si mise in disparte, piegato sulle gambe e con le spalle appoggiate alla parete di una galleria. Abituato all’oscurità e al silenzio del sottosuolo, non gli piaceva la confusione, il vociare e talvolta le grida della gente, per cui preferiva rimanere in disparte e godersi in santa pace quei pochi momenti di rilassamento.
Aprì la truscia e per prima cosa prese la bottiglia di vino. Tolse il tappo di sughero e portò la bottiglia alla bocca per berne un bel sorso. Richiuse la bottiglia, si asciugò le labbra con il dorso della mano e si dedicò al cibo. Prese il pacchetto con le scaglie e lo aprì con cautela. Non voleva rischiare di perdere nemmeno uno di quei piccoli pezzi di formaggio, residuo degli scarti di pezzi più grossi tagliati dalla “putìara” e che i clienti non volevano. Sua moglie ogni tanto le comprava e quel giorno quella santa donna gliele aveva messe nella truscia.
Le mangiò ad una ad una lentamente, per assaporare ciascuna di esse insieme al pezzo di pane che faceva parte del suo pranzo. Mentre mangiava attento a non farsi notare dagli altri, osservò Ciccio e Pepeddu che si erano seduti poco lontano.
Non potendo permettersi il formaggio, avevano preso come ogni giorno la solita sarda salata che però non potevano permettersi di mangiare in una sola volta, per cui si accontentavano di leccarla per sentirne il sapore dopo aver addentato un pezzo di pane duro e raffermo.
Se avessero visto le sue scaglie ne avrebbero sicuramente chiesto qualcuna, quindi si affrettò a riporle nel pacchettino e rimetterle al sicuro nella truscia. Del resto lui non andava mica a bere vino nei giorni di paga come facevano molti altri sulfarara. No, lui i soldi della paga se li sparagnava tutti, per ritrovarseli poi se voleva accattarsi un po’ di formaggio. Se li tenessero stretti i soldi invece di berseli nelle putìe del vino, se volevano mangiare invece di leccare la sarda tutti i santissimi giorni.
Passò quindi a mangiare le quattro olive nere che si era portato, chiudendo poi il misero pasto con un’altra sorsata di vino rosso. Prima di tornare al lavoro però, volle concedersi una fumatina, per cui si preparò con attenzione una sigaretta avvolgendo un poco di tabacco nella cartina e suggellandola con le dita dopo averne leccato un lembo.
Più in là due uomini stavano litigando furiosamente per un qualche motivo che non comprese e che non gli importava e dopo le urla si era ben presto passati alle vie di fatto. Subito però vennero separati da altri uomini in una violenta orgia di urla e bestemmie, minacce e insulti, sputi e spintoni.
Saro non fece caso a quella sciarra. Lui voleva solo farsi i fatti suoi e non voleva nemmeno sapere perché si stessero scannando. Guardò solo in giro per vedere dov’era Tistuni e quando lo vide parlare con un altro dei carusi, eccitati per quello che era successo, se ne tornò a fumare la sua sigaretta in santa pace.
Ormai era giunto il momento di tornare nelle gallerie per cui, ancora una volta, chiuse la truscia dopo aver controllato che ci fosse tutto e che non mancasse niente, si alzò, chiamò i suoi picciotti e si avviò lungo le gallerie come una processione che si ripeteva giorno dopo giorno.
Ripresero il lavoro in assoluto silenzio ognuno immerso nei propri pensieri e nel caldo asfissiante che sembrava quasi riuscisse a evaporare i pensieri, trasformandoli in grosse gocce di sudore che impregnava i loro corpi nudi.
Ma proprio quando, dopo diverse ore di duro lavoro, si stavano avvicinando alla fine del turno, un forte boato proveniente forse da una delle gallerie vicine li fece sobbalzare.
In preda alla paura, lasciarono immediatamente i picconi e si precipitarono fuori dal budello, spintonandosi tra loro per cercare di uscire prima possibile, terrorizzati da un possibile crollo che avrebbe potuto sorprenderli la sotto.
Saro cercò, per quanto possibile di tranquillizzare i suoi compagni in modo che non si accalcassero come bestie nella foga di ritrovare l’uscita e si assicurò che tutti i carusi avessero lasciato quel posto che poteva diventare la loro tomba.
Uno di loro però se ne stava rannicchiato come un riccio, appoggiato ad una parete di pietra, violentemente scosso da tremiti di paura e totalmente incapace di fare anche un solo movimento. Non c’era tempo per convincerlo ad alzarsi per cui lo prese di forza e se lo caricò sulle spalle incurante delle grida di quest’ultimo che, terrorizzato, e urlava e piangeva con quanto fiato aveva in corpo-
Risalirono le gallerie più velocemente possibile tra nuvole di polvere che indicavano un imminente crollo della struttura quando il vecchio minatore si accorse di avere lasciato la truscia all’interno del budello di terra dove stavano picconando.
Disperato per la sua robba e bestemmiando per la sua stupidità decise di tornare indietro per riprenderla. Non poteva lasciarla li sotto e doveva assolutamente ritrovarla.
Avvisò gli altri che timidamente cercarono di fargli cambiare idea, senza peraltro impegnarsi molto nel farlo vista la fretta che avevano nel volere scappare da quel posto, e poi si mise a correre verso il basso incurante degli scricchiolii che provenivano dalle pareti della galleria e con il solo pensiero rivolto alla sua robba.
Quando giunse finalmente in fondo, si precipitò all’interno del budello e abbrancò la truscia con le sue cose, controllando velocemente che fosse tutto a posto. Proprio in quel momento però sentì alle sue spalle un altro grosso boato, tanto vicino che si gettò a terra per la paura di essere travolto dalle rocce.
Rimase rannicchiato a terra per qualche secondo, immerso in una nuvola di polvere che lo aveva circondato. Estrasse la camicia dalla truscia e se la mise davanti alla bocca per potere respirare meglio anche se in quel modo la poca aria presente diventava ancora più rarefatta, ma era sempre meglio di riempirsi la gola e i polmoni di polvere.
In preda al terrore si costrinse ad alzarsi, e con la citulena in mano cercò di guadagnare la via del ritorno, ma quando vide che la galleria era crollata a poche decine di metri da dove si trovava fu colto da un violento attacco di panico.
Cercò con tutte le forze che aveva di smuovere le rocce che gli sbarravano la strada ferendosi più volte le mani nel vano tentativo di aprirsi un varco, ma ben presto si rese conto che non c’era niente da fare. Il crollo era troppo esteso e lo aveva del tutto bloccato la sotto.
Esausto ed ansimante si lasciò cadere per terra senza più forze né volontà. Si sentì completamente svuotato di ogni energia, totalmente inerme di fronte alla sorte avversa che lo aveva colpito.
La sola speranza che aveva ormai era che dall’esterno organizzassero dei soccorsi per andarlo a riprendere. Quante volte in passato erano successi dei casi simili? E quante volte i soccorritori erano giunti in soccorso dei malcapitati rimasti sotto le macerie? Quante persone erano state salvate?
Per quanto si sforzasse di ricordare, sapeva che nessuno era mai stato salvato da una catastrofe come quella. E la compagnia proprietaria della zolfara non si spendeva certo in spese folli per organizzare soccorsi efficienti.
Lentamente nella sua mente il pensiero della morte si faceva sempre più strada. Aveva vissuto quasi tutta la vita in quelle gallerie e probabilmente sarebbe pure morto in quelle gallerie.
Poco alla volta inoltre, la citulena consumò il poco gas che era rimasto e dopo qualche ora la fiammella smise di illuminare del tutto la galleria. Il buio della miniera lo avvolse quindi totalmente, come se l’ultima speranza di vita fosse stata cancellata per sempre dall’oscurità della morte.
Anche l’aria diventava sempre più rarefatta e Saro cominciò ben presto ad avere seri problemi di respirazione. Dove minchia erano gli aiuti urlò senza voce e senza che nessuno potesse più sentirlo.
Lo ritrovarono dopo molti giorni e dopo aver scavato a lungo nella galleria dove si trovava. Aveva gli occhi sbarrati e la bocca aperta alla ricerca di un ultimo alito di aria, seduto per terra e con le gambe rannicchiate al petto, con le braccia che ancora tenevano stretta l’unica cosa che gli importava davvero. La truscia con la sua robba.
Giuseppe Graceffa
Leggi la prima parte del racconto “La Truscia”
Leggi la seconda parte del racconto “La Truscia”
Non perdete la prima parte del prossimo racconto “Questione di corna” che sarà pubblicata sabato 5 settembre.
Ecco il calendario delle prossime pubblicazioni:
– Sabato 5 settembre: prima parte del racconto “Questione di corna“;
– Sabato 12 settembre: seconda parte del racconto “Questione di corna“;
– Sabato 19 settembre: terza (ed ultima) parte del racconto “Questione di corna“.
Non mancate all’appuntamento!!!
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