Arnone non andava arrestato: la Cassazione rigetta ricorso della Procura di Agrigento

Nella tarda serata di ieri la seconda Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, dopo l’arringa del difensore avvocato Arnaldo Faro, ha seppellito definitivamente le accuse che avevano portato l’avvocato Giuseppe Arnone (in foto) dentro una cella del carcere di Petrusa per quasi tre settimane.
La Cassazione ha infatti rigettato il ricorso della Procura della Repubblica di Agrigento, confermando così il provvedimento del Tribunale del Riesame di Palermo che aveva annullato l’arresto per il noto avvocato agrigentino.
Giuseppe Arnone dunque non andava arrestato secondo i giudizi della Cassazione. Come si ricorderà, l’avvocato era finito in manette lo scorso 12 novembre con l’accusa di una presunta estorsione; custodia cautelare poi annullata dal Riesame che aveva rimesso in libertà Arnone.
Secondo quando comunicato dallo stesso avvocato Arnone, il Riesame scrive a pag. 5 in basso “le qualificate modalità di esecuzione della condotta di estorsione non consentono di ritenere il quadro indiziario neanche del delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni” in quanto non è pensabile che si ponga in essere una attività estorsiva mediante “le aperte e qualificate modalità di trasmissione e comunicazione… della proposta transattiva, comprensiva delle pretese risarcitorie degli onorari sempre mediante invio attraverso pec, con l’ampia condivisione di altri avvocati, con saldo a mezzo di assegni circolari” .
L’avvocato Arnone “manifesta fraterna gratitudine per gli sforzi dei suoi difensori, in primis Arnaldo Faro, vigorosamente e assai incisivamente presente ieri in Cassazione, nonché per gli avvocati Daniela Principato e Carmelita Danile, che pure si sono spese senza risparmio nelle fasi precedenti, anche quando Arnone era in una cella carceraria“.